Una nuova diocesi ortodossa per il milione di rumeni d'Italia
Il prefabbricato è alle spalle della chiesa cattolica, al chilometro 37 dell'Aurelia. Siamo alle porte di Ladispoli, venti minuti da Roma in auto, traffico permettendo. È qui che si è stabilita una delle colonie più numerose di immigrati rumeni.
Ed è qui che ha sede la parrocchia ortodossa
dedicata a Sant'Andrea, da tre anni ospitata in questo prefabbricato di
sette metri per tredici, che era servito alla chiesa cattolica
dell'Annunziata durante dei lavori di restauro. «La nostra azione pastorale
abbraccia un'area che si estende su 30-40 chilometri quadrati e arriva fino
a Roma ovest», dice il parroco ortodosso Lucian Birzu, 29 anni, sposato,
padre di tre bimbi e un quarto in arrivo.
È il lunedì che segue le celebrazioni per la festa solenne di Sant'Andrea.
II vescovo Siluan, ausiliare per i rumeni ortodossi d'Italia, è venuto a
Ladispoli per consacrare un prete e un diacono e festeggiare la nascita
della diocesi ortodossa rumena italiana. «Sarà una diocesi non territoriale
a carattere missionario, necessaria per il milione e passa di rumeni
immigrati», spiega Siluan, che ha partecipato alla Commissione per la Carta
dei valori, promossa dal Ministero dell'Interno. Tra le tante urgenze
pastorali con cui la diocesi dovrà fare i conti, c'è in primo luogo la
necessità di far nascere nuove parrocchie, su un territorio nazionale che
oggi conta una settantina di realtà dislocate per la maggior parte al Nord e
al Centro, con solo una decina di presenze al Sud. «I rumeni sono un popolo
con una forte sensibilità religiosa. La trasmissione della fede è sempre
avvenuta in famiglia. E oggi questo patrimonio rischia di andare perduto».
A metà gennaio il Sinodo di Bucarest dopo aver consultato l'assemblea
formata dai sacerdoti e da due laici provenienti da ognuna delle 70
parrocchie italiane, dovrà scegliere da una terna il nome del vescovo che
guiderà la neonata diocesi (e probabilmente sarà lo stesso Siluan, dal 2004
in Italia, che vanta una buona conoscenza del territorio e della lingua). La
sede centrale sarà a Roma, per assicurare un punto di riferimento ai
sacerdoti e alle loro famiglie: «Un posto dove essere accolti, dove poter
far giocare i bambini, dove le donne potranno ritrovarsi». Già, perché una
delle preoccupazioni che il Sinodo ortodosso di Romania affiderà al futuro
vescovo sarà proprio la cura delle famiglie, a partire da quelle dei
sacerdoti. Basti pensare alla condizione di un bambino che alla domanda
classica: «Cosa fa tuo padre?», risponde candidamente: «II prete».
«In
Italia questa è una realtà nuova», spiega Siluan. «Qui tutti i nostri
parroci sono sposati e le loro mogli non trovano un ruolo corrispettivo
nella società, spesso non sono comprese». E già non si contano gli aneddoti
di preti guardati con disapprovazione per una innocente passeggiata mano
nella mano con la legittima consorte. Una diocesi, dunque, per aiutare i
preti e le loro famiglie, ma soprattutto per stare vicino a quanti, lontani
da casa, si sentono poveri, feriti, sradicati. «È una tragedia quando a
lasciare la famiglia in Romania è la madre, che viene in Italia e magari,
come baby-sitter, cresce i figli di un'altra donna». Aiutare le famiglie a
ricomporsi, trovare degli spazi dove curare la formazione religiosa dei
giovani e dei bambini, «senza trascurare quei talenti che la nostra Chiesa
ha sempre coltivato: spazi non solo per socializzare ma anche per imparare a
suonare, a dipingere». E poi il servizio ai carcerati e ai rom, che «non
sono cristiani di seconda categoria».
I sacerdoti ortodossi rumeni che vengono destinati nelle parrocchie in
Italia, spiega Siluan, sono selezionati attraverso due canali: «I laureati
in Teologia che riportano un punteggio superiore a 8,50 su 10 e fanno un
periodo di inserimento presso una parrocchia italiana; e i teologi che già
sono in Italia per motivi di lavoro, che conoscono e capiscono la realtà in
cui si trovano».
La nascita di una diocesi, sostiene il vescovo, è una possibilità di fare
esperienza di ecumenismo dal basso, di vincere il pregiudizio attraverso la
conoscenza, perché «la gente vede come preghiamo, apprezza la nostra
religiosità». «Qui a Ladispoli», aggiunge padre Lucian, tanti italiani hanno
accompagnato dei rumeni per matrimoni o battesimi. La parrocchia è come
un'ambasciata: qui c'è un pezzo di Romania, che entra in dialogo con
l'Italia».
Vittoria Prisciandaro
Da “Jesus” N. 62 - GENNAIO 2008