Pressioni del vescovo sulle vittime per accordo finanziario

 

Il Vescovo di San Diego, Robert Brom, ricorre alla bancarotta per strappare un accordo alle vittime degli abusi sessuali dei preti. Ecco come la diocesi tenta una specie di triangolazione.

di Marci  A. Hamilton [1]

 

(Traduzione dall'Inglese, cortesia di p. Giuseppe Perin Nadir)

 

Domenica, 18 febbraio, mons. Robert Brom ha distribuito dei volantini ai fedeli di San Diego, nei quali asserisce che la diocesi potrebbe essere costretta a dichiarare bancarotta  per via delle 143 cause legali contro la sua ostinazione a negare o coprire l’abuso sessuale su minori. Egli cerca di nascondere la questione che i querelanti sollevano: le gerarchie si prenderanno la responsabilità dei loro sbagli, oppure no?

 

Se la richiesta di bancarotta verrà inoltrata, sarebbe la quinta diocesi, che ricorre a questo sotterfugio. Le altre quattro - Tucson, AZ; Portland, OR; Sposane, WA e Davenport, IA – l’hanno fatto alla vigilia del processo. Qui, invece, arriva più di una settimana prima dei processi in programma per il 28 febbraio. In questo modo si è attivato un meccanismo tale da montare un clima pre-processuale per provocare discussioni (che il vescovo ha menzionato), causando molta pressione psicologica sui querelanti, affinché siano costretti ad abbassare le loro pretese pecuniarie e evitare gli inevitabili ritardi della richiesta legale di bancarotta.

 

La  strategia della triangolazione e perché è fuorviante

 

Mons. Brom riassume il problema: “Con dolore siamo consapevoli delle sofferenze delle vittime e intendiamo trattarle in maniera giusta ed equa. Una buona amministrazione richiede che i risarcimenti non compromettano la possibilità della chiesa di portare avanti la sua missione. Di conseguenza siamo costretti a vedere come compensare le vittime e, allo stesso tempo, non mettere a repentaglio la nostra missione. Se non si arriverà a un accordo, la diocesi potrebbe essere costretta alla bancarotta secondo il Capitolo 11 presso il tribunale dello stato”.

 

Ancora una volta la gerarchia cerca di triangolare il problema. Si noti il linguaggio del vescovo: parla“delle sofferenze delle vittime”, ma non c’è nessuna ammissione del coinvolgimento e del ruolo della gerarchia ecclesiastica nel causare tanta sofferenza. La responsabilità della Chiesa consisterebbe nel “trattare le vittime in maniera giusta ed equa”, ma senza ammettere la propria responsabilità. In questo modo parla di loro come se fossero le vittime di qualcun altro, sbarcate per caso nella diocesi e che adesso devono essere accolte e curate grazie alla sua generosità. Invece dovrebbe riconoscere pubblicamente che la gerarchia ha avuto un ruolo attivo nel moltiplicare le vittime. La chiave per comprendere questo, e altri casi aperti in California e altrove, è che queste cause mirano a scoprire l’illegale, immorale e inaccettabile copertura sistematica degli abusi con tutto il male che ne consegue per causa della segretezza e non solo per l’abuso in sé.

In maniera insidiosa Brom aizza le vittime contro i parroci, come se questi fossero in qualche modo degli avversari. Siamo ben lontani dalla verità: “le vittime erano i bambini dei parroci precedenti”. E se quelli non sono stati coraggiosi abbastanza da uscire all’aperto, i bambini dei nuovi parroci continueranno ad essere esposti allo stesso rischio. Si tratta di due gruppi uniti in una comunità di interessi, non in contrasto tra loro. Questa strategia di triangolazione nel contesto di San Diego non convince. Ricordiamo che questa diocesi possiede alcune tra le più costose proprietà immobiliari del paese e quelle non adibite ad uso religioso sono grandi e di valore molto al di là di quello che si possa immaginare. Se queste proprietà fossero vendute per risarcire secondo giustizia i danneggiati, non si può dire, come fa mons. Brom, che ciò “danneggerebbe la missione e il ministero” della diocesi. E nemmeno che avrebbe un effetto negativo sulle parrocchie e sulle scuole religiose. È difficile credere, che qualcuno avvertirebbe la vendita di qualche proprietà dell’“incredibile patrimonio immobiliare”, che comprende centri commerciali, palazzi residenziali, complessi condominiali ed un imprecisato numero di terreni edificabili elencati nel sarcastico editoriale del 20 febbraio scorso sul San Diego Union-Tribune.

 

La richiesta di bancarotta è in buona fede, come richiede la legge?

 

Ci sono delle buone ragioni per ritenere di no, perché se viene inoltrata esclusivamente per evitare una responsabilità legale, non è un uso appropriato della bancarotta così come è regolata dal codice federale. La diocesi di San Diego non ha bisogno di sistemare la propria economia, ma intende ridurre la sua responsabilità finanziaria nelle cause legali. E’ evidente che la minaccia di bancarotta mira a far sì il risarcimento in denaro sia favorevole alle richieste della diocesi. Perciò questa operazione è da considerare una pura e semplice azione legale per tutelare il proprio patrimonio. La minaccia di bancarotta ha una sua forza intrinseca per varie ragioni. Prima di tutto blocca il meccanismo legale, congelando automaticamente tutte le cause pendenti, creando una situazione di stallo su qualsiasi mossa delle vittime, che hanno già sofferto abbastanza per tanti anni. In secondo luogo nessuna bancarotta federale si risolve in breve tempo e una simile richiesta le costringerebbe ad attendere per diversi anni. Molte vittime sono estremamente fragili, per cui la minaccia del prolungamento del contenzioso, che dura da 4 anni, potrebbe essere estenuante. Non cercano l’attenzione dei media, anche se si rendono conto di dover pagare questo prezzo per ottenere giustizia. Insomma un’azione del genere non solo non rispetta le condizioni legali di “buona fede”, ma è moralmente biasimevole.

 

Perché i parrocchiani non sono d’accordo con Brom

 

I parrocchiani devono sapere che la procedura di bancarotta prevista dal Capitolo 11 può essere molto costosa. Richiede di contrattare altri avvocati esperti in materia e pagare anche le parcelle degli avvocati dei creditori (secondo le norme, i querelanti sono considerati “creditori”). Il risultato della bancarotta è solo quello di rimandare l’inevitabile. Se per Brom è un mezzo per risparmiare soldi, i parrocchiani devono sapere che, se decide di seguire questa via oppure no, in ogni caso dovrà arrivare ad un accordo con le vittime, che anche la gerarchia ha contribuito a creare.

 

In breve: Brom può mettersi d’accordo adesso e andare avanti con la sua “missione”, oppure accordarsi in futuro e pagare l’incredibile costo di una bancarotta federale. Il grande patrimonio della diocesi gli da la possibilità di seguire le due ipotesi e venirne fuori comunque alla fine del processo con una forte posizione finanziaria, il che rende ancor più evidente che la bancarotta in questo caso difficilmente é giustificabile.

 

Il vero problema: tenere nascosta la verità

 

I volantini parlano di finanze, ma questo argomento è solo un po’ di fumo negli occhi per sviare la discussione dalla cosa più importante: le vittime e, per i parrocchiani, la verità. La data del processo è fissata per il 28 febbraio. Come parte in causa, con ogni probabilità, Brom verrà chiamato a testimoniare alla sbarra. In tribunale,  come qualsiasi altro testimone, sarà diffidato dal mentire e sarà soggetto ad un interrogatorio incrociato. Allora segreti e macchinazioni gelosamente custoditi saranno svelati sulla pubblica piazza.

 

Nei processi successivi le condizioni che hanno dato luogo agli abusi sessuali saranno concrete e tangibili, con i peggiori dettagli, che tutti potranno constatare. Una cosa è leggere queste storie sui giornali, altra cosa è ascoltarle dalla bocca di quelli che hanno potere e hanno posto le condizioni affinché i predatori di bambini prosperassero. Il messaggio andrà ben oltre il volantinaggio di domenica scorsa e arriverà alla comunità locale e nazionale. Senza ombra di dubbio, la paura del pubblico ludibrio è ciò che muove i prelati di questa Chiesa, che vorrebbero dilazionare il più a lungo possibile e a costo di qualsiasi prezzo finanziario, una bancarotta morale nel tentativo di coprire quello che non pare essere un rimorso genuino. Che ne pensi?

 



[1] Marci A. Hamilton insegna Diritto pubblico alla Benjamin N. Cardozo, Università di Yeshiva. Un archivio delle sue rubriche su questioni chiesa/stato si trovano su questo sito. Il suo libro più recente:  God vs The Gavel: Religion and the rule of Low ( Cambridge University Press 2005).