Cina: retata di monaci per le
manifestazioni in favore del Tibet
• da Secolo d'Italia del 12 marzo 2008, pag. 13
di Valerio Pugi
Centinaia di monaci hanno tenuto lunedì
cortei di protesta a Lhasa in Cina, in concomitanza con le manifestazioni
organizzate dai tibetani in esilio per commemorare la rivolta anticinese del 10
marzo 1959 e promuovere la causa del Tibet in vista dei Giochi olimpici di
Pechino del 2008.
La rivolta del '59 si concluse con la
fuga in India del leader spirituale del Tibet, il Dalai Lama, che da allora
vive in esilio. La protesta dei monaci a Lhasa è stata ammessa ieri a Pechino
da due funzionari governativi cinesi che non hanno voluto però rilasciare alcun
commento a notizie di fonti indipendenti secondo le quali ci sarebbero stati almeno
50-60 arresti tra i lama partecipanti alla manifestazione.
Testimoni citati da Radio Free Asia,
che per prima ha diffuso la notizia, hanno raccontato che 50 o 60 monaci sono
stati bloccati ad un posto di blocco della polizia militare nei pressi di Drepung,
mentre un altro ha detto che lo stesso Drepung ed altri dei monasteri di Lhasa
erano circondati da agenti.
Contemporaneamente a Dharamsala, la
cittadina indiana dove vivono il Dalai Lama e decine di migliaia di rifugiati
del Tibet, la polizia ha cercato di bloccare la marcia di cento esuli che hanno
deciso di tornare in patria, arrivando al confine con la Cina fra sei mesi, in
coincidenza con l'apertura dei Giochi olimpici di Pechino, 1' 8 agosto
prossimo.
La polizia indiana ha comunicato ai marciatori
che non potranno superare ì confini del distretto di Kangra, quello nel quale
si trova Dharamsala. «I rifugiati tibetani hanno diritto di tornare in Tibet -
ha reagito Tsewang Rigzin, uno degli organizzatori della marcia -Questo è il
primo grosso ostacolo che incontriamo ma noi continueremo a marciare».
Ieri sera i partecipanti alla marcia
hanno comunque deciso di continuare. Sono partiti dalia Sarah School in
direzione di Kangra, il capoluogo distrettuale che dista qualche chilometro e
dove, è praticamente certo, la polizia cercherà di fermarli.
All'iniziativa aderiscono tre esponenti
del Partito radicale, Matteo Mecacci, Sergio D'Elia e Marco Perduca,
secondo i quali nella serata di lunedì le autorità di polizia locale indiana
hanno comunicato, agli oltre 100 partecipanti alla marcia del 10 marzo,
"un ordine di detenzione" con il quale si intima di non proseguire la
marcia oltre il distretto di Kangra, dove attualmente si trovano. L'ordine
sarebbe motivato dalla violazione di un'intesa tra il governo indiano e il
Dalai Lama sulla non conduzione di attività anticinesi sul suolo indiano.
A questo proposito Mecacci, D'Elia e
Perduca hanno dichiarato: «L'iniziativa del governo indiano di vietare la
continuazione della marcia rappresenta una gravissima violazione della libertà
di manifestazione e speriamo sia smentita al più presto dalle autorità
governative.
Per quanto ci riguarda - hanno aggiunto
- in accordo con gli organizzatori, continuiamo a marciare a fianco dei monaci
e degli attivisti tibetani anche nei prossimi giorni, e siamo pronti ad azioni
dirette di disobbedienza civile per la difesa dello Stato di diritto, a questo
punto non solo in Cina, o in Italia, ma anche in India, dove continua il
Satyagraha mondiale per la pace, la libertà e la democrazia».
Anche il mondo dello sport si mobilita a difesa dei diritti
umani in vista delle Olimpiadi di Pechino.
«L'appello
che l'Associazione Italia-Tibet rivolge a Coni e Cio, affinchè i due organi
s'impegnino a sollecitare il governo cinese per una svolta nella gestione della
questione tibetana, per la quale proviamo spontanea partecipazione, trova la
nostra più completa adesione -ha dichiarato Claudio Barbaro, presidente di
Alleanza sportiva italiana –
La condizione del popolo tibetano e la sua esclusione
dai Giochi olimpici, massimo simbolo di dialogo e convivenza fra popoli,
resteranno ima macchia indelebile su quest'edizione.
Una
contraddizione che non trova insensibili gli organismi sportivi interpellati,
ma che meriterebbe maggiore attenzione da parte della Comunità internazionale,
da cui è lecito attendersi la giuste determinazione per far sì che il governo
cinese riconosca l'indipendenza della Comunità tibetana e la sua autorità
politica».