Lite don Gelmini-Vaticano
Braccio di ferro sul ruolo del sacerdote alla
Comunità Incontro
Lite don Gelmini-Vaticano: «Pronto a non fare più il prete»
La Santa Sede: dimissioni in caso di rinvio a giudizio. Lui: resterò tra i
ragazzi
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ROMA — Braccio di ferro tra don Gelmini e il Vaticano. Alla vigilia della
chiusura dell'inchiesta per violenza sessuale, il fondatore della comunità
Incontro si rivolge direttamente al Papa. E avverte: «Qualsiasi cosa accada,
resterò con i miei ragazzi». Nella lettera inviata qualche giorno fa a
Benedetto XVI si sarebbe detto disposto addirittura a «tornare diacono» pur di
non essere costretto a lasciare.
La resa dei conti è dunque arrivata. Entro qualche giorno i magistrati di Terni
depositeranno tutti gli atti raccolti in questi mesi per documentare le
molestie che il sacerdote avrebbe compiuto nei confronti dei tossicodipendenti
assistiti nelle strutture di cui è responsabile. È il passo obbligato prima
della richiesta di rinvio a giudizio che appare ormai scontata. Sono decine le
denunce presentate e in numerosi casi gli accertamenti avrebbero dimostrato la
fondatezza delle accuse.
Don Gelmini avrebbe abusato di numerosi ragazzi e, con l'aiuto dei suoi
collaboratori più stretti, avrebbe poi cercato di costringerli al silenzio. Una
vera e propria attività di depistaggio e tentativi di inquinamento che emerge
dalle decine e decine di intercettazioni telefoniche. Nei giorni scorsi don
Gelmini, come ammette lo stesso portavoce Alessandro Meluzzi, ha avuto un
incontro con il vescovo di Terni Monsignor Vincenzo Paglia. La linea del
Vaticano adesso è ferma: se ci sarà rinvio a giudizio, dovrà lasciare la
comunità.
Non è la sospensione a divinis più volte paventata e mai decisa. Non è il
divieto ad esercitare il proprio ruolo di sacerdote. Ma un segnale si è deciso
comunque di darlo. E per don Gelmini è addirittura peggio. Perché, come avrebbe
sottolineato nella missiva al Pontefice «ora e per sempre io manterrò il mio
impegno di fedeltà alla missione». Il fondatore della Comunità Incontro
evidentemente pensa di poter contare sull'appoggio del Papa che nell'ottobre
scorso, attraverso il Sostituto monsignor Fernando Filoni, volle assicurare «la
sua preghiera affinché quella benemerita opera, con la grazia di Dio, possa
continuare a promuovere il recupero e la crescita umana e cristiana di tanti
ragazzi e ragazze emarginati».
Lo scritto rispondeva ad un appello di don Pinchelli, uno dei sacerdoti che da
oltre quindici anni affiancano don Gelmini. Dopo l'avviso di garanzia, il prete
si rivolse a Benedetto XVI chiedendo di «difendere l'operato di quanti lavorano
nella comunità » perché, sottolineò, «non le sto a parlare di grandi cose, ma
dirò con le parole del Vangelo ciò che i miei occhi hanno visto e le mie mani
hanno toccato».
La risposta, che invocava «la materna protezione della Madonna del Sorriso» e
inviava «l'implorata benedizione apostolica», fu interpretata come una presa di
distanza netta dall'iniziativa della magistratura. Un messaggio chiaro per dimostrare
che in Vaticano si era convinti dell'innocenza di don Gelmini. E questo
nonostante le numerose testimonianze dei ragazzi che dicevano di essere stati
abusati, di aver subito molestie e soprusi. Nonostante sotto inchiesta ci
fossero i collaboratori accusati di aver pagato i testimoni per convincerli a
ritrattare. Adesso qualcosa appare però cambiato. Perché l'indagine è di fatto
chiusa. E l'esposizione mediatica di un processo rischia di coinvolgere anche
le gerarchie ecclesiali.
Fiorenza Sarzanini
23 dicembre 2007 - sul Corriere della Sera -
http://www.corriere.it/cronache/07_dicembre_23/Don_gelmini_vaticano_e1fa5776-b13e-11dc-9f4d-0003ba99c53b.shtml