LA MAFIA È ANCHE
"COSA NOSTRA". ISPIRATA DA MONS. BREGANTINI
LA DENUNCIA ANTIMAFIA DEI VESCOVI CALABRESI
CATANZARO-ADISTA. Il vero saluto di commiato di mons.
Giancarlo Bregantini alla Calabria – 'promosso' dalla diocesi di Locri
all'arcidiocesi di Campobasso (v. Adista n. 79/07 e documenti seguenti) – è la
Nota pastorale sulla 'ndrangheta, intitolata Se non vi
convertirete, perirete tutti allo stesso modo, appena emessa dalla Conferenza
episcopale calabra (Cec) ma che ha nel vescovo di Locri il suo principale
ispiratore. Il documento, infatti, nonostante il valzer di date che lo
accompagna, è l'esito del Convegno della Caritas regionale del 26-27 gennaio
2007 e rimanda direttamente alla relazione su Mafia e pastorale che lo
stesso mons. Bregantini tenne in quell'occasione.
"Da tempo la Conferenza episcopale calabra aveva manifestato
la volontà di pubblicare, dopo il Convegno della Caritas regionale sulla mafia
in Calabria del gennaio scorso, un documento che in realtà ha anche
preparato", scrive nella presentazione alla Nota il presidente della Cec mons.
Vittorio Mondello. Poi, prosegue, "dopo l'ultimo Consiglio
Permanente della Conferenza episcopale italiana, nel quale il presidente Bagnasco
ha mostrato l'intenzione di riprendere il Documento della Cei sul Mezzogiorno
d'Italia, la Cec ha ritenuto più opportuno non pubblicare tale Documento che
avrebbe potuto intralciare il lavoro della Cei e limitarsi, perciò, ad una
semplice Nota".
La Nota della Cec porta come data il 17 ottobre 2007. Proprio il
giorno successivo, il 18, mons. Giuseppe Bertello, nunzio
apostolico in Italia, convoca mons. Bregantini per comunicargli il suo
imminente trasferimento a Campobasso. Il testo rimane segreto fino al 12
novembre quando il vescovo di Cosenza, mons. Salvatore Nunnari,
durante la Settimana diocesana di formazione biblica, lo distribuisce ai
partecipanti, avvertendo però che "ufficialmente dovrà essere consegnata
alle parrocchie il giorno di Cristo Re, domenica 25 novembre".
Ma il 'padre' della Nota pastorale della Cec – che Adista pubblica
integralmente di seguito – è mons. Bregantini, che ne aveva ispirato i
contenuti nella sua relazione al Convegno della Caritas dello scorso gennaio.
Un intervento che affrontava il "rapporto tra 'ndrangheta e
pastorale" e che, come il documento della Cec, era strutturato attorno
alle parole-chiave "denunciare, annunciare, rinunciare". La mafia
"è una nemica mortale della nostra terra – scriveva Bregantini nella sua
relazione –, perché chiude ogni speranza e taglia le ali al futuro. Schiavizza
ogni rapporto, viola ogni convivenza, distrugge il nostro territorio".
"La mafia però è anche un fenomeno che dipende, in parte, dai nostri
peccati e limiti. Un peccato sociale, nel quale anche noi siamo immersi e del
quale siamo in parte corresponsabili, per una serie di carenze nell'annuncio
del Vangelo. È anche cosa nostra, per nostra responsabilità diretta ed
indiretta. La mafia, quindi, impone un chiaro esame di coscienza!".
Pertanto la mafia, proseguiva, è "una aperta sfida, per tutti noi, per le
nostre comunità cristiane, per un Vangelo più autentico, per preti più poveri
ed esemplari, punti chiari di riferimento. Così il tessuto mafioso spinge i
nostri consacrati e consacrate ad essere più testimonianti ed alternativi, i
laici ad essere più coraggiosi, i politici più liberi, il volontariato più
generoso, le scuole più qualificate, i giovani più protagonisti, questa nostra
terra più amata". ( luca kocci)
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SE
NON VI CONVERTIRETE, PERIRETE TUTTI ALLO STESSO MODO"
di Conferenza episcopale calabra
L'annuncio del Vangelo, fonte
di vita
II Vangelo della vita
costituisce il cuore dell'annuncio cristiano (Gv 1,1-4). Lo proclamiamo con
forza e gaudio nella domenica in cui la Chiesa celebra Cristo Re, il
"Verbo della vita", il vivente e il Risorto che porta nel suo corpo
glorioso i segni dell'amore, memoria del dono della sua vita sulla croce,
perché noi avessimo la vita, insieme con il perdono dei peccati.
Accolto dalla Chiesa con
amore, il Vangelo della vita va annunciato e testimoniato con fedeltà, come
buona novella, in questa nostra Regione afflitta dal doloroso e triste fenomeno
della 'ndrangheta.
Come Vescovi e Pastori della
Chiesa di Dio in terra calabra, avvertiamo l'urgenza di incoraggiare tutti ad
operare per un'autentica rinascita morale, sociale ed economica. Il nostro
intervento, riflessione ad alta voce sul tema, offerta all'attenzione ed al
cuore dei calabresi, è segno tangibile della manifestazione dell'identità
cristiana, che nel suo essere esprime rispetto delle leggi, capacità di
perdono, propensione al dialogo, costante impegno per il trionfo del bene
comune, fiducia nella solidarietà sincera. Non esistono altre vie per vivere in
terra e ascendere ai cieli della salvezza: in un mondo di tante presunte
verità, "la verità cristiana può ancora inghiottire tutte le mezze verità
del mondo" (Sergio Quinzio, La gola del leone, 91).Un cuore che vede: la pervasività
della 'ndrangheta
Ad una criminalità dai tratti
violenti, nascosti e pervasivi, tesa ad assoggettare risorse economiche,
relazionali e sociali, opporremo la cultura della vita e della legalità. In
questa sfida, nulla sarà d'aiuto più che la riscoperta della fede nel Figlio di
Dio, che si è fatto uomo ed è venuto tra gli uomini "perché abbiano la
vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10,10).
Contro un potere mafioso che
permea di sé sia i singoli sia le istituzioni, deve nascere e diffondersi un
senso critico capace di discernere i valori e le autentiche esigenze
evangeliche. Se da un lato inquietano certe accuse di connivenza tra settori
della criminalità organizzata e responsabili della cosa pubblica ai vari
livelli, dall'altro risalta, specialmente per il cristiano, la necessità
dell'impegno nella polis, come espressione della carità e dell'amore che il
credente vive in Cristo. La carità politica, appunto, e i frequenti casi di
corruzione ci spingono non solo a sollecitare la politica al recupero del
valore di servizio, ma ancor più ad esortare i cristiani a non disertare questo
servizio, pur quando esso significhi sacrificio e rischio per la propria
vita.La priorità della conversione
"Se non vi convertirete,
perirete tutti allo stesso modo'' (Lc 13, 5). Gesù, commentando episodi di
cronaca avvenuti a Gerusalemme, rimanda alla radice di tutti i mali: la
peccaminosità dell'uomo, la potenziale connivenza con la violenza che si annida
nel cuore umano in ogni tempo. Il suo è un chiaro invito a cercare, anzitutto
dentro di noi, i segni della complicità con il peccato.
Il primo passo, quindi, è la
conversione personale e comunitaria, grazie ad un cambio di mentalità nel cuore
e nella vita di ogni uomo e donna, di ogni famiglia, gruppo e istituzione, che
permetta di rimuovere le forme di collusione con l'ingiustizia e respingere
l'ingannevole fascino del peccato. Attrazione, questa, che avvolge anche le
nostre comunità ecclesiali, inducendo a minimizzare la realtà del male o ad
assumere un atteggiamento fatalistico di rinuncia. Così anche per la tentazione
di rifugiarsi nel privato, separando fede e prassi, o di limitarsi alla
denuncia: nel male vi è una responsabilità che è propria non solo "di chi
genera e favorisce l'iniquità e la sfrutta", ma anche "di chi,
potendo fare qualcosa per evitare, eliminare o almeno limitare certi mali
sociali, omette di farlo per pigrizia, per paura e omertà, per mascherata
complicità o per indifferenza; di chi cerca rifugio nella presunta
impossibilità di cambiare il mondo; ed anche di chi pretende di estraniarsi
dalla fatica e dal sacrificio, accampando ragioni di ordine superiore" (RP
16). Richiamo alla vita coerente
Il popolo di Dio è chiamato a
custodire, vivere e rilanciare l'originalità, unica ed universale, della
speranza cristiana. Al riguardo, sia di stimolo l'insegnamento di papa Giovanni
Paolo II: "Urge una generale mobilitazione per costruire una nuova cultura
della vita ( Evangelium
vitae, punto
95)". Seguendo l'unica strada percorribile, ovvero quella dell'esperienza
credente, mobilitiamoci traendo dal Vangelo l'esempio cui improntare la nostra
quotidianità per riaffermare, nel solco della testimonianza che diviene anima e
sostanza dell'identità cristiana, il diritto alla vita. Dinanzi alla
progressiva perdita dei valori di solidarietà, facciamoci strumenti di lotta ai
mercanti di morte, ovunque essi si annidino e qualunque panni indossino: siano
essi mafiosi o detrattori della vita, che sono negazione di Dio e dell'uomo,
piaga sanguinante del corpo della Chiesa amante della vita. Al contempo,
rinnoviamo l'attenzione agli ultimi ed agli emarginati, aiutando le Chiese
locali a rafforzare le proprie capacità profetiche ed a porre al centro delle
attività della comunità ecclesiale l'attenzione preferenziale al povero ed al
suo senso sacramentale.
Ecco, allora, delinearsi la
nuova cultura della vita: nuova, perché in grado di risolvere i problemi che
investono il nostro territorio; nuova, perché fatta propria, con più salda e
operosa convinzione, da tutti i credenti; nuova, perché capace di suscitare un
serio e coraggioso confronto culturale con tutte le componenti della società
che, nel suo senso più diffuso e nelle forme più o meno istituzionalizzate
dell'in-tervento sociale, è la sola che possa prosciugare la linfa vitale delle
organizzazioni mafiose.
È in tale ottica che
collochiamo l'agire delle nostre Chiese particolari: dobbiamo dimostrarci
capaci di costruire modelli culturali alternativi. Con la forza del Vangelo,
potenza d'amore e annuncio di speranza, si deve agire per favorire una rottura
con la cultura mafiosa, con perseveranza e pazienza, attraverso il coraggio
della coerenza, della testimonianza e della speranza. Una simile rigenerazione
delle coscienze deve cominciare dalle nostre comunità cristiane: troppi
credenti, anche tra quanti partecipano attivamente alla vita ecclesiale,
corrono il rischio d'una dissociazione tra la fede professata e l'etica che ne
deriva e da attualizzare, giungendo spesso a comportamenti compromissori che
contraddicono la verità del Vangelo (cf. EV 95). Dobbiamo interrogarci con
lucidità sul tipo di cultura della vita e della legalità oggi percepita dai
cristiani, dalle famiglie, dai gruppi e dalle comunità parrocchiali. Con
altrettanta lucidità, dobbiamo individuare i passi da compiere per costruire
una società più giusta e solidale, tale proprio perché finalmente sciolta dalle
catene del peccato e del male imposte dalle organizzazioni criminali. Un cuore
che agisce: operiamo insieme
Un impegno consapevole è
richiesto innanzitutto ai Vescovi, ai Presbiteri, ai consacrati ed a tutti gli
operatori pastorali. È indispensabile, infatti, maturare una profonda coscienza
della responsabilità che ci è stata affidata nel ministero dell'annuncio e dei
sacramenti, ma anche nel compito di guide ed educatori, coltivando una vita di
preghiera e carità e coniugando per primi, nel nostro quotidiano, autenticità,
coerenza, amore per il prossimo, giustizia e legalità.
Non dimenticando, sulla scorta
del documento Chiesa
italiana e mezzogiorno, che "la carenza della famiglia, talvolta la connivenza o
peggio l'incoraggiamento della famiglia, alimentano le faide e altre forme di
devianza criminosa", ribadiamo la centralità della pastorale familiare. E
se da un lato assistiamo ad un processo di disgregazione e di crisi della famiglia,
che tocca purtroppo anche la nostra regione, dall'altro abbiamo il dovere di
non rimanere a guardare, sospinti dalla certezza che, ben evangelizzata e
curata, la famiglia possa ancora essere lievito di una società rinnovata.
Un impegno altrettanto forte
chiediamo alla scuola, laboratorio democratico di convivenza e di formazione
dei cittadini di domani. La comunità scolastica si riappropri della sua
peculiare funzione educatrice, coltivando negli studenti la volontà di
resistere ai soprusi, alle ingiustizie e ad ogni forma di illegalità, anche
strisciante, e sviluppando nei giovani il senso della responsabilità nella
difesa dei diritti fondamentali e del rispetto per ogni uomo, vero antidoto
alla violenza.
Chiediamo al Signore di far
emergere dal popolo, in piena libertà, persone sagge che assommino in sé
passione, senso di responsabilità e lungimiranza e che, al di là
dell'ap-partenenza ai diversi schieramenti politici, sappiano elaborare
percorsi legislativi e di amministrazione della cosa pubblica in grado di
contrastare l'espansione del fenomeno mafioso, non precludendosi alcun tipo di
intervento, quali ad esempio la confisca dei beni e la garanzia della certezza
della pena, che mini alla base l'iscrizione e l'appartenenza mafiosa. Alle
istituzioni indichiamo l'esempio di Cristo, venuto non per essere servito, ma
per servire. Sollecitiamo i cittadini amministrati ad essere vigili, ma
collaborativi con le istituzioni, giacché il fine comune è creare una civitas humana che attui il piano del Creatore, per
il quale "la società umana è per l'uomo, non viceversa (Enciclica Divini Redemptoris, Pio XI, 1937)".
A quanti, in particolare nella
Magistratura e tra le forze dell'Ordine, sono chiamati a contrastare la mafia
in campo aperto, esprimiamo vicinanza ed un plauso per l'impegno costante della
loro opera, spesso nascosta o travisata, e per una dedizione che non di rado li
porta a mettere a repentaglio la propria vita. Pur coscienti dei limiti umani,
esortiamo la nostra gente ad avere fiducia in questa mediazione così delicata
della propria sicurezza da parte di istituzioni che rappresentano, fisicamente,
il presidio della legalità dello Stato.
Testimoniamo la nostra
vicinanza anche agli imprenditori, perché investano con fiducia, vincendo la
tentazione del puro profitto e adottando logiche solidali con le legittime
aspettative di occupazione e giusta retribuzione. Invocando la tutela
legislativa ed istituzionale, sosteniamo quelli che, speriamo sempre più
numerosi, scelgono di difendere il loro onesto operato senza cedere a ricatti,
denunziando anzi richieste di "pizzo" in cambio di protezione o
invocando il rispetto della legge di fronte all'assalto di chi vorrebbe
sottomettere al giogo dell'usura l'economia calabrese. Essi sappiano che non
saranno abbandonati a se stessi, ma potranno contare sull'appoggio a tutto
tondo dei pastori e della comunità cristiana, per garantire il quale ognuno, a
cominciare dagli organi statali, farà la sua parte.
Ma è soprattutto ai giovani,
futuro della nostra terra, che volgiamo lo sguardo: in famiglia, a scuola,
nello sport ma pure nella ricerca di un lavoro ed in ogni occasione e giorno
della vita, non perdano l'entusiasmo e neppure il generoso altruismo. Mentre ci
impegniamo a tenere alta la tensione educativa e l'ascolto delle loro esigenze
incentivando la pastorale giovanile, li invitiamo a lasciarsi contagiare dalla
freschezza del Vangelo, a divenire protagonisti della carità e della promozione
umana, coltivando valori di onestà, giustizia e legalità, per costruire assieme
quel futuro che appartiene a tutti, ma specialmente a loro.
Infine, a tutti i credenti,
agli uomini ed alle donne di buona volontà, diciamo apertamente che abbracciare
o anche solo simpatizzare con una concezione dei valori della vita quale quella
mafiosa è contrario al Vangelo ed al bene della società e dell'uomo, perché
l'appartenenza o la vicinanza ai clan non sono un titolo di vanto o di forza,
bensì di disonore e debolezza. Esortiamo perciò il popolo di Dio a compiere
ogni sforzo per rinunciare ad atteggiamenti che possano alimentare il fenomeno
mafioso. E ciò non solo mediante la condanna di tutte le forme di violenza, ma
anche avendo sempre presente che la risoluzione dei problemi personali non va
affidata al "padrino" di turno, ma a chi è a ciò preposto
dall'Autorità dello Stato.Conclusioni
Le mafie, di cui la
'ndrangheta è oggi la faccia più visibile e pericolosa, costituiscono un nemico
per il presente e l'avve-nire della nostra Calabria. Noi dobbiamo contrastarle,
perché nemiche del Vangelo e della comunità umana. In nome del Vangelo,
dobbiamo tracciare il cammino sicuro ai figli fedeli e recuperare i figli
appartenenti alla mafia. Tale strada indichiamo nella Luce che da Dio promana.
Egli rivela il Suo potere nella misericordia e nel perdono. L'amore è il Suo
regno. È per mezzo dell'amore che costruiamo e rendiamo presente il regno di
Dio in questo mondo. A Lui, fonte di speranza e verità che ci guida tra le
tenebre lungo i sentieri della vita, rivolgiamo la nostra preghiera: "Tu
con olio di esultanza hai consacrato Sacerdote eterno e Re dell'universo il tuo
unico Figlio, Gesù Cristo nostro Signore. Egli, sacrificando se stesso,
immacolata vittima di pace sull'altare della Croce, operò il mistero dell'umana
redenzione; assoggettate al suo potere tutte le creature, offrì alla tua maestà
infinita il regno eterno e universale: regno di verità e di vita, regno di
santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. Sostienici e
guidaci perché anche noi, seguendo il Suo esempio, possiamo concorrere
quotidianamente all'opera di redenzione e salvezza nostra, dei nostri fratelli
e del mondo intero, combattendo con la forza della fede le armate del diavolo e
spezzando le catene del peccato. Amen".
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L'ALLONTANAMENTO DI MONS. BREGANTINI,
UN ALTRO SCHIAFFO ALLA CALABRIA. REAZIONI E COMMENTI
ROMA-ADISTA. "Dev'essere misterioso davvero il
disegno di Dio - scrive sul Manifesto
l'antropologo Vito Teti -, se è ad esso che dobbiamo" l'allontanamento di
mons. Giancarlo Bregantini dalla Locride: "il migliore regalo alla
'ndrangheta che poteva essere pensato", aggiunge sul Trentino
Piergiorgio Cattani. Perché ha veramente dell'incredibile la vicenda della
"promozione" del vescovo all'arcidiocesi di Cambobasso (v. Adista n.
79/07), e non farebbe differenza alcuna se, anziché di trasferimento ad una
diocesi più piccola e meno popolata di quella di Locri, e di sicuro
strategicamente assai meno importante, si trattasse della promozione
"senza virgolette perché senza ironia" di cui parla l' Avvenire.
Tanto più che il concetto stesso di promozione, vera o fasulla che sia, stride
violentemente con quella che dovrebbe essere la missione di un vescovo: non a
caso, come scrive a mons. Bregantini il prete genovese Paolo Farinella, lo
spostamento "è pensato e letto con categorie pagane e atee: 'è promosso';
Campobasso è più importante di Locri; fa carriera; diventa metropolita, ecc.
Come siamo distanti - commenta - dal Vangelo che non ci ha mandato a cercare o
realizzare carriere, ma a morire in croce per quella porzione di 'mondo' a cui
siamo mandati".
Pertanto, se anche non vi
fosse alcun "oscuro disegno", come insiste il quotidiano della Cei e
come sostiene nel suo "doloroso e piangente saluto di congedo" alla
diocesi di Locri lo stesso Bregantini (accreditando erroneamente l'ipotesi che
il suo nome sia stato indicato dai vescovi dell'Abruzzo e del Molise e poi
inserito nella terna di nomi presentata al papa), nessuna giustificazione
potrebbe comunque darsi al fatto che una terra povera, dimenticata, malata,
devastata dai tanti tradimenti e dai ripetuti abbandoni dello Stato - e di una
Chiesa che troppo spesso ha fatto di silenzi ed omissioni, e di pesanti
compromissioni, la sua linea di condotta - abbia subìto l'ennesima ferita,
perdendo il simbolo di quella "Calabria nuova, fattiva, civile,
propositiva" di cui parla Teti, la voce più tonante, tra tanti silenzi o
sussurri, della resistenza e del riscatto. "Chi è agitato si
rilassi", invita Dino Boffo dalle pagine dell' Avvenire. Ma a non volersi affatto rilassare
sono in tanti, dentro e fuori la Calabria, come indica la rassegna stampa che
qui di seguito riportiamo, seguita da diversi comunicati di solidarietà a mons.
Bregantini e preceduta da stralci del messaggio del vescovo alla diocesi di
Locri, l'8 novembre scorso. ( c. f.)
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Fraternas saudações! José Vicente de Andrade - Brasil - 55 31 3462-263