DISCORSO DEL CARD. HUMMES SUL CELIBATO
Premessa
ALCUNI PUNTI VANNO CONFUTATI, ALTRI CHIARITI:
1. Riportare gli autentici e chiari riferimenti, come nel libro di
Heinz Vogels, sulle pratiche dei tempi apostolici, la Scrittura, ed i
concili dei primi 3 secoli, che Hummes sommariamente ignora o
stravolge.
2. Le motivazioni riportate a riguardo delle delibere
Concilio Ecumenico Lateranense del 1123 non sono complete e sono incosistenti con i fatti,
specialmente per quanto riguarda l’eredità ed i possedimenti ecclesiastici.
3. La psicologia e la scienza medica rivelano come lo stato celebatario "obbligatorio" sia in molti casi controproducente e deleterio specialmente in individui reclutati in età precoce; laddove molto spesso produce immaturità sessuale e psicopatie varie, con conseguenze disastrose, inclusa la efebofilia e la pedofilia.
4. La contraddizione in termini e di principio: Il
celibato, come affermato dal Vaticano II e dalla teologia cattolica, è un dono e non è
intriseco all’Ordine Sacro, non può essere dunque una legge.
Suggerirei di stabilire una “commissione” di esperti formata da:
medici, psicologi, scienziati, teologi, storici, biblisti, ricercatori e
scrittori che disputino e smantellino le pretese e le argomentazioni del Card.
Hummes.
Umberto P. Lenzi
Dal sito della congregazione per il clero. Il discorso
integrale del card. Hummes sul celibato del clero cattolico.
L'IMPORTANZA DEL CELIBATO SACERDOTALE
In commemorazione al XL anniversario della "Sacerdotalis Caelibatus"
di Paolo VI
Introduzione
Entrando nel XL anniversario della pubblicazione dell'Enciclica
"Sacerdotalis Caelibatus" di Sua Santità Paolo VI, la Congregazione
per il Clero crede opportuno ricordare l'insegnamento magisteriale di questo
importante documento pontificio.
Davvero, il celibato sacerdotale è un dono prezioso di Cristo alla sua Chiesa,
un dono che bisogna sempre di nuovo meditare e rinvigorire, specialmente nel
mondo odierno profondamente secolarizzato.
Infatti gli studiosi indicano che le origini del celibato sacerdotale ci
riportano ai tempi apostolici. Scrive Ignace de la Potterie: "C'è un
accordo generale tra gli studiosi per dire che l'obbligo del celibato o almeno
della continenza è diventato legge canonica fin dal IV secolo. [...] Ma è importante
osservare che i legislatori del IV o V secolo affermavano che questa
disposizione canonica era fondata su una tradizione apostolica. Diceva per
esempio il Concilio di Cartagine (del 390): 'Conviene che quelli che sono al
servizio dei divini misteri siano perfettamente continenti (continentes esse in
omnibus) affinché ciò che hanno insegnato gli apostoli e ha mantenuto
l'antichità stessa, lo osserviamo anche noi'"[1]. Nello stesso senso,
A.M.Stickler parla di argomenti biblici in favore del celibato d'ispirazione
apostolica[2].
Sviluppo storico
Ininterrottamente il Magistero solenne della Chiesa ribadisce le disposizioni
sul celibato ecclesiastico. Il Sinodo di Elvira (300-303?) al Canone 27
prescrive: "Un Vescovo, come qualsiasi altro chierico, abbia con sé solo o
una sorella o una vergine consacrata; si è stabilito che non debba
assolutamente avere un'estranea"; e al canone 33: "Si è deciso
complessivamente il seguente divieto ai Vescovi, ai presbiteri e ai diaconi,
come a tutti i chierici che esercitano un ministero: si astengano dalle loro
mogli e non generino figli; chi lo avrà fatto dovrà essere allontanato dallo
stato clericale"[3].
Anche Papa Siricio (384-399), nella lettera al Vescovo Imerio di Tarragona del
10 febbraio 385, afferma: "Il Signore Gesù [.] volle che la figura della
Chiesa, di cui è lo sposo, emani lo splendore della castità [.] dalla legge
indissolubile di queste disposizioni siamo legati noi tutti sacerdoti [.]
affinché dal giorno della nostra ordinazione consegniamo sia i nostri cuori sia
i nostri corpi alla sobrietà e alla pudicizia, per piacere al Signore nostro
Dio nei sacrifici che ogni giorno offriamo"[4].
Nel Concilio Ecumenico Lateranense I del 1123, al Canone 3, leggiamo:
"Proibiamo nel modo più assoluto ai sacerdoti, diaconi, suddiaconi, di
vivere con le concubine o con le mogli e di coabitare con donne diverse da
quelle con cui il Concilio di Nicea (325) ha permesso di vivere"[5]. Così
pure nella sessione XXIV del Concilio di Trento, al Canone 9, si ribadisce
l'assoluta impossibilità di contrarre matrimonio per i chierici costituiti
negli ordini sacri o i religiosi che hanno fatto professione solenne di
castità; con essa la nullità del matrimonio stesso, unitamente al dovere di
domandare a Dio il dono della castità con retta intenzione[6].
In tempi più recenti il Concilio Ecumenico Vaticano II ha ribadito nella
dichiarazione Presbyterorum ordinis[7], lo stretto legame tra celibato e Regno
di Dio, vedendo nel primo un segno che annuncia in modo radioso il secondo, un
inizio di vita nuova, al cui servizio il ministro della Chiesa viene
consacrato.
Con l'enciclica del 24 giugno 1967, Paolo VI mantenne una promessa fatta ai
Padri conciliari due anni prima. Egli esamina le obiezioni sollevate nei
confronti della disciplina del celibato e, ponendo l'accento sui suoi
fondamenti cristologici e facendo appello alla storia e a ciò che i documenti
dei primi secoli ci insegnano a proposito delle origini del
celibato-continenza, ne conferma pienamente il valore.
Il Sinodo dei Vescovi del 1971, sia nello schema presinodale Ministerium
presbyterorum (15 febbraio), sia nel documento finale Ultimis temporibus (30
novembre), afferma la necessità di conservare il celibato nella Chiesa latina,
illuminandone il fondamento, la convergenza dei motivi e le condizioni che lo
favoriscono[8].
La nuova codificazione della Chiesa latina del 1983 ribadisce la tradizione di
sempre: "I chierici sono tenuti all'obbligo di osservare la continenza
perfetta e perpetua per il Regno dei cieli, perciò sono vincolati al celibato,
che è un dono particolare di Dio mediante il quale i ministri sacri possono
aderire più facilmente a Cristo con cuore indiviso e sono messi in grado di
dedicarsi più liberamente al servizio di Dio e degli uomini"[9].
Sulla stessa linea si muove il Sinodo del 1990, dal quale è scaturita
l'esortazione apostolica del Servo di Dio il Papa Giovanni Paolo II Pastores
dabo vobis, nella quale il Pontefice presenta il celibato come un'esigenza di
radicalismo evangelico, che favorisce in modo speciale lo stile di vita
sponsale e che scaturisce dalla configurazione del sacerdote a Gesù Cristo,
attraverso il sacramento dell'Ordine[10].
Il Catechismo della Chiesa cattolica, pubblicato nel 1992 e che raccoglie i
primi frutti del grande evento del Concilio Ecumenico Vaticano II, ribadisce la
medesima dottrina: "Tutti i ministri ordinati nella Chiesa latina, ad
eccezione dei diaconi permanenti, sono normalmente scelti fra gli uomini
credenti che vivono da celibi e che intendono conservare il celibato per il
Regno dei Cieli"[11].
Nello stesso recentissimo Sinodo sull'Eucaristia, secondo la pubblicazione
provvisoria, ufficiosa e non ufficiale delle sue proposizioni finali, concessa
dal papa Benedetto XVI, nella proposizione n. 11, sulla scarsità di clero in
alcune parti del mondo e sulla "fame eucaristica" del popolo di Dio,
si riconosce "l'importanza del dono inestimabile del celibato
ecclesiastico nella prassi della Chiesa latina". Con riferimento al
Magistero, particolarmente al Concilio Ecumenico Vaticano II e agli ultimi
pontefici, i padri hanno chiesto di illustrare adeguatamente le ragioni del
rapporto tra celibato e ordinazione sacerdotale, nel pieno rispetto della
tradizione delle Chiese Orientali. Alcuni hanno fatto riferimento alla
questione dei viri probati, ma l'ipotesi è stata valutata come una strada da
non percorrere.
Solo lo scorso 16 novembre 2006 Papa Benedetto XVI ha presieduto nel Palazzo
apostolico una delle periodiche riunioni dei Capi Dicastero della Curia romana.
In quella sede è stato riaffermato il valore della scelta del celibato
sacerdotale secondo l'ininterrotta tradizione cattolica ed è stata ribadita
l'esigenza di una solida formazione umana e cristiana sia per i seminaristi sia
per i sacerdoti già ordinati.
Le Ragioni del Sacro Celibato
Nell'enciclica "Sacerdotalis Caelibatus", Paolo VI presenta
inizialmente la situazione in cui si trovava in quel tempo la questione del
celibato sacerdotale, sia sotto il punto di vista del suo apprezzamento sia
delle obiezioni. Le sue prime parole sono determinanti e ancora attuali:
"II celibato sacerdotale, che la Chiesa custodisce da secoli come fulgida
gemma, conserva tutto il suo valore anche nel nostro tempo, caratterizzato da
una profonda trasformazione di mentalità e di strutture"[12]. Paolo VI rivela
quanto egli stesso meditò, interrogandosi sull'argomento per poter rispondere
alle obiezioni, e conclude: "Noi dunque riteniamo che la vigente legge del
sacro celibato debba ancor oggi, e fermamente, accompagnarsi al ministero
ecclesiastico; essa deve sorreggere il ministro nella sua scelta esclusiva,
perenne e totale dell'unico e sommo amore di Cristo e della Chiesa, e deve
qualificare il suo stato di vita, sia nella comunità dei fedeli, che in quella
profana"[13].
"Certo", aggiunge il Papa, "come ha dichiarato il sacro Concilio
ecumenico Vaticano II, la verginità non è richiesta
dalla natura stessa del sacerdozio, come
risulta dalla prassi della Chiesa primitiva e dalla tradizione delle Chiese
Orientali (Presb.Ord., 16), ma lo stesso sacro Concilio non ha dubitato
di confermare solennemente l'antica, sacra vigente legge del celibato
sacerdotale, esponendo anche i motivi che la giustificano per quanti sanno
apprezzare in spirito di fede e con intimo e generoso fervore i doni
divini"[14].
È vero.
Il celibato è un dono
che Cristo offre ai chiamati al sacerdozio.
[Se e’ un “dono”, non puo’ essere una “legge” .. e’ una contraddizione non solo in termini, ma di fatto, instrinseca ed aberrante! ]
Questo dono deve essere accolto con amore, gioia
e gratitudine. Così, sarà sorgente di felicità e di santità.
Le ragioni del sacro celibato, apportate da Paolo VI, sono tre: il suo
significato cristologico, il significato ecclesiologico e quello escatologico.
Cominciamo dal significato cristologico. Cristo è novità. Realizza una nuova
creazione. Il suo sacerdozio è nuovo. Egli rinnova tutte le cose. Gesù, il
Figlio unigenito del Padre, inviato nel mondo, "si fece uomo affinché
l'umanità , soggetta al peccato e alla morte, venisse rigenerata e, mediante
una nascita nuova, entrasse nel Regno dei cieli. Consacratosi tutto alla
volontà del Padre, Gesù compì mediante il suo mistero pasquale questa nuova
creazione, introducendo nel tempo e nel mondo una forma nuova, sublime, divina
di vita che trasforma la stessa condizione terrena dell'umanità"[15].
Lo stesso matrimonio naturale, benedetto da Dio sin dalla creazione, ma ferito
dal peccato, fu rinnovato da Cristo, che "lo ha elevato alla dignità di
sacramento e di misterioso segno della sua unione con la Chiesa. [...] Ma
Cristo, mediatore di un più eccellente testamento (cfr. Eb 8,6), ha aperto
anche un nuovo cammino, in cui la creatura umana, aderendo totalmente e
direttamente al Signore, preoccupata soltanto di Lui e delle Sue cose,
manifesta in maniera chiara e compiuta la realtà profondamente innovatrice del
Nuovo Testamento"[16].
Questa novità, questo nuovo cammino, è la vita nella verginità, che Gesù stesso
ha vissuto, in armonia col suo essere mediatore tra il cielo e la terra, tra il
Padre e il genere umano. "In piena armonia con questa missione, Cristo
rimase per tutta la vita nello stato di verginità, che significa la sua totale
dedizione al servizio di Dio e degli uomini"[17]. Servizio di Dio e degli
uomini vuol dire amore totale e senza riserve, che ha segnato il vivere di Gesù
tra noi. Verginità per amore del Regno di Dio!
Ora, Cristo, chiamando i suoi sacerdoti per essere ministri della salvezza,
cioè, della nuova creazione, li chiama ad essere e a vivere in novità di vita,
uniti e simili a Lui nella forma più perfetta possibile. Da ciò scaturisce il
dono del sacro celibato, come configurazione più piena con il Signore Gesù e
profezia della nuova creazione. I suoi apostoli sono stati da Lui chiamati
"amici". Li ha chiamati a seguirLo molto da vicino, in tutto, fino
alla croce. E la croce li porterà alla risurrezione, alla nuova creazione
compiuta. Perciò sappiamo che seguirLo con fedeltà nella verginità, che include
una immolazione, ci condurrà alla felicità. Dio non chiama nessuno
all'infelicità, ma alla felicità. La felicità, tuttavia, si coniuga sempre con
la fedeltà. Lo ha detto il compianto papa Giovanni Paolo II agli sposi riuniti
con Lui nel II Incontro Mondiale delle Famiglie, a Rio de Janeiro.
Così emerge il tema del significato escatologico del celibato, in quanto segno
e profezia della nuova creazione, ossia, del Regno definitivo di Dio nella
Parusia, quando tutti risorgeremo dalla morte.
"Di questo Regno, la Chiesa costituisce quaggiù il germe e l'inizio",
come ci insegna il Concilio Vaticano II[18]. Di questi "tempi
ultimi", la verginità, vissuta per amore del Regno di Dio, costituisce un
segno particolare, poiché il Signore ha annunziato che "alla risurrezione
[...] non si prende moglie né marito, ma si è come angeli di Dio in cielo"[19].
In un mondo come il nostro, mondo dello spettacolo e dei piaceri facili,
profondamente affascinato dalle cose terrene, specialmente dal progresso delle
scienze e delle tecnologie - ricordiamo le scienze biologiche e le biotecnologie
- l'annunzio di un al di là, ossia di un mondo futuro, di una parusia, come
avvenimento definitivo di una nuova creazione, è determinante e allo stesso
tempo libera dall'ambiguità delle aporie, dei frastuoni, delle sofferenze e
contraddizioni, rispetto ai veri beni ed alle nuove profonde conoscenze che il
progresso umano attuale porta con sè.
Finalmente, il significato ecclesiologico del celibato ci conduce più
direttamente all'attività pastorale del sacerdote.
Afferma l'Enciclica: "La verginità consacrata dei sacri ministri manifesta
infatti l'amore verginale di Cristo per la Chiesa e la verginale e
soprannaturale fecondità di questo connubio"[20]. Simile a Cristo e in
Cristo, il sacerdote si sposa misticamente colla Chiesa, ama la Chiesa con
amore esclusivo. Così, dedicandosi totalmente alle cose di Cristo e del suo
Corpo Mistico, il sacerdote gode di una ampia libertà spirituale per mettersi
al servizio amorevole e totale a tutti gli uomini, senza distinzione.
"Così il sacerdote, nella quotidiana morte a tutto se stesso, nella
rinunzia all'amore legittimo di una famiglia propria per amore di Cristo e del
suo Regno, troverà la gloria di una vita in Cristo pienissima e feconda, perché
come Lui e in Lui egli ama e si dà a tutti i figli di Dio"[21].
L'Enciclica aggiunge ancora come il celibato faccia crescere l'idoneità del
sacerdote all'ascolto della Parola di Dio ed alla preghiera, così come lo
abiliti a deporre sull'altare tutta intera la propria vita, che reca i segni
del sacrificio[22].
Valore della castità e del celibato
Il celibato, prima di essere una
disposizione canonica, è un dono di Dio alla sua Chiesa, è una questione legata
alla dedizione totale al Signore. Pur nella distinzione tra la disciplina
celibataria dei secolari e l'esperienza religiosa della consacrazione e
dell'emissione dei voti, è fuori dubbio che non v'è altra possibile
interpretazione e giustificazione del celibato ecclesiastico al di fuori della
totale dedizione al Signore, in un rapporto che sia, anche dal punto di vista
affettivo, esclusivo; questo presuppone un forte rapporto personale e
comunitario con Cristo, che trasforma i cuori dei Suoi discepoli.
La scelta celibataria della Chiesa
cattolica di rito latino si è sviluppata, sin dai tempi apostolici, proprio
nella linea del rapporto del sacerdote con il suo Signore, avendo come grande
icona il "Mi ami tu più di costoro?"[23] che Gesù Risorto rivolge a
Pietro.
Le ragioni cristologiche, ecclesiologiche ed escatologiche del celibato, tutte
radicate nella speciale comunione con Cristo a cui il sacerdote è chiamato,
sono pertanto declinabili in diversi modi secondo quanto affermato
autorevolmente dalla Sacerdotalis caelibatus.
Innanzitutto il celibato è "segno e stimolo della carità
pastorale"[24]. Essa è il criterio supremo per giudicare la vita cristiana
in tutti i suoi aspetti; il celibato è una via dell'amore, anche se lo stesso
Gesù, come riferisce il Vangelo secondo Matteo, afferma che non tutti possono
comprendere questa realtà: "Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali
è stato concesso"[25].
Una tale carità si declina nel classico duplice aspetto di amore verso Dio e
verso i fratelli: "Con la verginità o il celibato osservato per il Regno
dei cieli i presbiteri si consacrano a Dio con un nuovo ed eccelso titolo, aderiscono
più facilmente a Lui con cuore non diviso"[26]. San Paolo, in un passo al
quale qui si allude, presenta il celibato e la verginità come "via per
piacere a Dio" senza divisioni[27]: in altre parole, una "via
dell'amore" che certamente presuppone una vocazione particolare, e in tal
senso è un carisma, e che è in se stessa eccellente sia per il cristiano sia
per il sacerdote.
Il radicale amore verso Dio diviene attraverso la carità pastorale amore verso
i fratelli. Nella Presbyterorum Ordinis leggiamo che i sacerdoti "si
dedicano più liberamente a lui e per lui al servizio di Dio e degli uomini,
servono con maggiore efficacia il suo Regno e la sua opera di rigenerazione
divina e in tal modo si dispongono meglio a ricevere una più ampia paternità in
Cristo"[28]. L'esperienza comune conferma come sia più semplice aprire il
cuore ai fratelli pienamente e senza riserve per chi non è legato da altri
affetti, per quanto legittimi e santi, oltre a quello di Cristo.
Il celibato è l'esempio che Cristo stesso ci ha lasciato. Egli ha voluto essere
celibe. Spiega ancora l'Enciclica: "Cristo rimase per tutta la sua vita
nello stato di verginità, il che significa la sua totale dedizione al servizio
di Dio e degli uomini. Questa profonda connessione tra la verginità e il
sacerdozio di Cristo si riflette in quelli che hanno la sorte di partecipare
alla dignità e alla missione del Mediatore e Sacerdote eterno, e tale
partecipazione sarà tanto più perfetta, quanto più il sacro ministero sarà
libero da vincoli di carne e di sangue"[29].
L'esistenza storica di Gesù Cristo è il segno più evidente che la castità
volontariamente assunta per Dio è una vocazione solidamente fondata sia sul
piano cristiano sia su quello della comune ragionevolezza umana.
Se la comune vita cristiana non può dirsi legittimamente tale escludendo la
dimensione della Croce, quanto più l'esistenza sacerdotale sarebbe
inintelligibile prescindendo dall'ottica del Crocifisso. La sofferenza,
talvolta la fatica e la noia, perfino lo scacco, hanno il loro posto
nell'esistenza di un sacerdote, che, tuttavia, non è da essi ultimamente
determinata. Scegliendo di seguire Cristo, fin dal primo momento, ci si impegna
ad andare con Lui al Calvario, memori che è l'assunzione della propria croce
l'elemento che qualifica la radicalità della sequela.
Infine, come detto, il celibato è un segno escatologico. Nella Chiesa, fin
d'ora è presente il Regno futuro: essa non solo lo annuncia, ma lo realizza
sacramentalmente contribuendo alla "creazione nuova", finché la Sua
gloria non si manifesti pienamente.
Mentre il sacramento del matrimonio radica la Chiesa nel presente, immergendola
totalmente nell'ordine terreno che diviene così esso stesso possibile luogo di
santificazione, la verginità rimanda immediatamente al futuro, a quell'integra
perfezione del creato che sarà portata a compimento pieno solo alla fine dei
tempi.
Mezzi per essere fedeli al celibato
La bimillenaria sapienza della Chiesa, esperta di umanità, ha nel tempo
costantemente individuato alcuni elementi fondamentali ed irrinunciabili per
favorire la fedeltà dei suoi figli al carisma soprannaturale del celibato.
Tra essi emerge, anche nel recente magistero, l'importanza della formazione
spirituale del sacerdote chiamato ad essere "testimone
dell'Assoluto". Afferma la Pastores dabo vobis: "Formarsi al
sacerdozio significa abituarsi a dare una risposta personale alla questione
fondamentale di Cristo: "Mi ami tu?". La risposta per il futuro
sacerdote non può che essere il dono totale della propria vita"[30]. In
tal senso sono assolutamente fondamentali gli anni della formazione sia quella
remota, vissuta in famiglia, sia soprattutto quella prossima, negli anni del
Seminario, vera scuola d'amore, nella quale, come la comunità apostolica, i
giovani seminaristi si stringono attorno a Gesù in attesa del dono dello
Spirito per la missione. "La relazione del sacerdote con Gesù Cristo e in
Lui con la Sua Chiesa si situa nell'essere stesso del sacerdote e nella sua
consacrazione-unzione sacramentale e nel suo agire, ossia nella sua missione o
ministero"[31]. Il sacerdozio non è altro che un "vivere intimamente
uniti a Lui"[32], in una relazione di comunione intima che è descritta
"con la sfumatura dell'amicizia"[33]. La vita del sacerdote è, in
fondo, quella forma di esistenza che sarebbe inconcepibile se non ci fosse
Cristo. Proprio in questo consiste la forza della Sua testimonianza: la
verginità per il Regno di Dio è un dato reale, esiste, perché esiste Cristo che
la rende possibile.
L'amore per il Signore è autentico quando tende ad essere totale: innamorarsi
di Cristo vuol dire avere una conoscenza profonda di Lui, una frequentazione
della Sua persona, una immedesimazione e una assimilazione del Suo pensiero e,
finalmente, un accoglimento senza riserve delle esigenze radicali del Vangelo.
Si può essere testimoni di Dio solo se si fa profonda esperienza di Cristo; dal
rapporto con il Signore dipende l'intera esistenza sacerdotale, la qualità
della sua esperienza di martyria, della sua testimonianza.
Testimone dell'Assoluto è solo chi ha veramente Gesù per amico e Signore, chi
gode della Sua comunione. Cristo non è soltanto oggetto di riflessione, tesi
teologica o ricordo storico; Egli è il Signore presente, è vivo perché Risorto
e noi siamo vivi solo nella misura in cui partecipiamo sempre più profondamente
della Sua vita. Su questa fede esplicita si fonda l'intera esistenza
sacerdotale. Perciò l'Enciclica dice: "Il sacerdote si applichi
innanzitutto a coltivare con tutto l'amore che la grazia gli ispira la sua
intimità con Cristo, esplorandone l'inesorabile e beatificante mistero;
acquisti un senso sempre più profondo del mistero della Chiesa, al di fuori del
quale il suo stato di vita rischierebbe di apparirgli inconsistente e
incongruo"[34].
Oltre alla formazione e all'amore per Cristo, elemento essenziale per custodire
il celibato è la passione per il Regno di Dio, che significa la capacità di
lavorare alacremente e senza risparmiarsi perché Cristo sia conosciuto, amato e
seguito. Come il contadino che, trovata la perla preziosa, vende ogni cosa per
acquistare il campo, così chi trova Cristo e spende l'intera esistenza con Lui
e per Lui, non può fare a meno di vivere lavorando perché altri Lo possano
incontrare.
Senza questa chiara prospettiva, qualunque "sussulto missionario" è destinato
al fallimento, le metodologie si trasformano in tecniche di conservazione di un
apparato, e persino le preghiere potranno divenire tecniche di meditazione e di
contatto col sacro, nelle quali si dissolvono sia l'io umano sia il Tu di Dio.
Un'occupazione fondamentale e necessaria del sacerdote, come esigenza e come
compito, è la preghiera che, al contraio, è insostituibile nella vita cristiana
e per conseguenza in quella sacerdotale. Ad essa va riservata un'attenzione
particolare: la celebrazione eucaristica, l'Ufficio divino, la confessione
frequente, il rapporto affettuoso con Maria Santissima, gli Esercizi
Spirituali, la recita quotidiana del Santo Rosario, sono alcuni dei segni
spirituali di un amore che, se mancasse, rischierebbe inesorabilmente la
sostituzione con i surrogati, spesso vili, dell'immagine, della carriera, del
danaro, della sessualità.
Il sacerdote è uomo di Dio perché chiamato da Dio ad esserlo e vive questa
personale identità nell'appartenenza esclusiva al suo Signore, che si documenta
anche nella scelta celibataria. È uomo di Dio perché di Lui vive, a Lui parla,
con Lui discerne e decide, in filiale obbedienza, i passi della propria
cristiana esistenza. Quanto più i sacerdoti saranno radicalmente uomini di Dio,
attraverso un'esistenza totalmente teocentrica, come sottolineato dal Santo
Padre Benedetto XVI negli auguri natalizi alla Curia romana lo scorso 22
dicembre 2006, tanto più efficace e feconda sarà la loro testimonianza e ricco
di frutti di conversione il loro ministero. Non c'è opposizione tra la fedeltà
a Dio e la fedeltà all'uomo, ma, al contrario, la prima è condizione di
possibilità della seconda.
Conclusione: una vocazione santa
La Pastores dabo vobis, parlando della vocazione del prete alla santità, dopo
aver sottolineato l'importanza del rapporto personale con Cristo, esprime
un'altra esigenza: il sacerdote, chiamato alla missione dell'annuncio, si vede
affidare la Buona Novella per farne dono a tutti. Egli tuttavia è chiamato ad
accogliere il Vangelo prima di tutto come dono offerto alla sua esistenza, alla
sua persona e come evento salvifico che lo impegna ad una vita santa.
In questa prospettiva Giovanni Paolo II ha parlato del radicalismo evangelico
che deve caratterizzare la santità del sacerdote; è possibile pertanto indicare
nei consigli evangelici tradizionalmente proposti dalla Chiesa e vissuti negli
stati di vita consacrata gli itinerari di un radicalismo vitale a cui anche, a
modo suo, il sacerdote è chiamato ad essere fedele.
Afferma l'esortazione: "Espressione privilegiata del radicalismo sono i
diversi «consigli evangelici», che Gesù propone nel Discorso della Montagna e
tra questi i consigli, intimamente coordinati tra loro, d'obbedienza, castità e
povertà: il sacerdote è chiamato a viverli secondo quelle modalità, e più
profondamente secondo quelle finalità e quel significato originale, che
derivano dall'identità propria del presbitero e la esprimono"[35].
Ed ancora, riprendendo la dimensione ontologica su cui il radicalismo
evangelico è fondato: "Lo Spirito, consacrando il sacerdote e
configurandolo a Gesù Cristo Capo e Pastore, crea un legame che, situato
nell'essere stesso del sacerdote, chiede di essere assimilato e vissuto in
maniera personale, cioè cosciente e libera, mediante una comunione di vita e di
amore sempre più ricca e una condivisione sempre più ampia e radicale dei
sentimenti e degli atteggiamenti di Gesù Cristo. In questo legame tra il
Signore Gesù e il sacerdote, legame ontologico e psicologico, sacramentale e
morale, sta il fondamento e nello stesso tempo la forza per quella «vita
secondo lo Spirito» e per quel «radicalismo evangelico» al quale è chiamato
ogni sacerdote e che viene favorito dalla formazione permanente nel suo aspetto
spirituale"[36].
La nuzialità del celibato ecclesiastico, proprio per questo rapporto tra Cristo
e la Chiesa che il sacerdote è chiamato ad interpretare e vivere, dovrebbe
dilatarne lo spirito, illuminando la sua vita, accendendo il suo cuore. Il
celibato deve essere una oblazione felice, un bisogno di vivere con Cristo
perché Egli riversi nel sacerdote quelle effusioni della sua bontà e del suo
amore che sono ineffabilmente piene e perfette.
Illuminanti, a questo proposito, sono le parole del Santo Padre Benedetto XVI:
"Il vero fondamento del celibato può essere racchiuso solo nella frase:
Dominus pars (mea) - Tu sei la mia terra. Può essere solo teocentrico. Non può
significare il rimanere privi di amore, ma deve significare il lasciarsi
prendere dalla passione per Dio, ed imparare poi grazie ad un più intimo stare
con Lui a servire pure gli uomini. Il celibato deve essere una testimonianza di
fede: la fede in Dio diventa concreta in quella forma di vita che solo a
partire da Dio ha un senso. Poggiare la vita su di Lui, rinunciando al
matrimonio ed alla famiglia, significa che io accolgo e sperimento Dio come
realtà e perciò posso portarlo agli uomini"[37].
Card. Claudio Hummes, OFM
Prefetto della Congregazione per il Clero.
[1] Cfr. I. de la Potterie, Il fondamento biblico del celibato sacerdotale, in Solo
per amore. Riflessioni sul celibato sacerdotale, Cinisello Balsamo 1993, pp.
14-15.
[2] Cfr. A. M. Stickler, in Ch. Cochini, Origines apostoliques du Célibat
sacerdotal, Preface, p. 6.
[3] Cfr. H. Denzinger, Enchiridion symbolorum definitionum et declarationum de
rebus fidei et morum, ed., P.Hünermann., Bologna 1995, nn. 118-119, p. 61.
[4] Id., Op. Cit., n. 185, p. 103.
[5] Id., Op. Cit., n. 711, p. 405.
[6] Id., Op. Cit., n. 1809, p. 739.
[7] Conc. Vat. II, Dec. Presbyterorum ordinis, n. 16.
[8] Enchiridion del Sinodo dei Vescovi, 1.1965-1988, edd. Segreteria generale
del Sinodo dei Vescovi, Bologna 2005, nn. 755-855; 1068-1114; soprattutto nn.
1100-1105.
[9] Codex Iuris canonici, Can. 277, § 1.
[10] Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Pastores dabo vobis, 25 marzo 1992, n.
44.
[11] Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1579.
[12] Paolo VI, Lett. Enc. Sacerdotalis caelibatus, n. 1.
[13] Id., n. 14.
[14] Id., n. 17.
[15] Id., n. 19.
[16] Id., n. 20.
[17] Id., n. 21.
[18] Cfr. Conc. Vat. II, Cost. Dogm. Lumen Gentium, n. 5.
[19] Ibidem.
[20] Paolo VI, Lett. Enc. Sacerdotalis caelibatus, n. 26.
[21] Id., n. 30.
[22] Cfr.: Id., nn. 27-29.
[23] Gv 21,15.
[24] Paolo VI, Lett. Enc. Sacerdotalis caelibatus, n. 24.
[25] Mt 19,11.
[26] Conc. Vat. II, Dec. Presbyterorum ordinis, n. 16.
[27] Cfr. 1Cor 7,32-33.
[28] Conc. Vat. II, Dec. Presbyterorum ordinis, n. 16.
[29] Paolo VI, Lett. Enc. Sacerdotalis caelibatus, n. 21.
[30] Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, n. 42.
[31] Id., n. 16.
[32] Id., n. 46.
[33] Ibidem.
[34] Paolo VI, Lett. Enc. Sacerdotalis caelibatus, n. 75.
[35] Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, n. 27.
[36] Id., n. 72.
[37] Benedetto XVI, Discorso in occasione dell'udienza alla Curia Romana per la
presentazione degli auguri natalizi, 22 dicembre 2006.