Don
Milani: quarant’anni dopo la “lettera” se n’è andata anche la professoressa
di
Valerio Vagnoli
Pochi
giorni fa, a Firenze, è scomparsa la professoressa Vera Salvanti, l’insegnante
che bocciando i due studenti di Barbiana provocò in don Lorenzo Milani quella
reazione “spirituale” che lo porterà a scrivere il suo notissimo pamphlet,
Lettera a una professoressa. Ho conosciuto molto bene Vera Salvanti per averla
avuta come collega proprio in quell’Istituto magistrale in cui si svolsero gli
esami dei due ragazzi di don Lorenzo. Lei era alla fine della sua attività,
io quasi agli inizi, e nei confronti miei e di un altro collega, trasferito
insieme a me in quella scuola, dimostrò fin dai primi giorni una immediata
simpatia. Sicuramente aveva apprezzato una nostra iniziativa che aveva
finalmente costretto il preside di allora a rinunciare a far officiare ad
inizio d’anno la messa, come da tradizione di quella scuola pubblica, in
orario scolastico e dentro i locali della scuola stessa. Vera Salvanti era una
delle pochissime insegnanti laiche di quell’istituto, e con la sua severa, a
volte anche eccessiva, intransigenza caratteriale, nella sua attività di
docente si riconosceva nelle altrettante severe istanze che sulla scuola erano
state espresse nel secondo dopoguerra da Concetto Marchesi e dallo stesso
Togliatti.
Aveva
peraltro dovuto subire per anni l’arroganza di quel preside, di qualche altro
prete e della stragrande maggioranza dei suoi colleghi e sorbirsi la
funzione religiosa annuale a discapito della perdita di qualche ora di lezione
a cui
Vera
non rinunciava con facilità, neanche in caso di malattia. D’altra parte la sua
formazione era quella di una convinta comunista, figlia di un adoratissimo
padre comunista; anche in questi ultimissimi anni assai travagliati per la
storia di quel partito e di quella ideologia, la sua fede politica aveva sempre
simpatizzato per i comunisti, incurante di quanto quella parte politica non si
fosse neanche mai provata a capire le “sue” ragioni per come si era comportata
in occasione dell’esame dei due ragazzi di don Milani.
A
dire il vero, salvo Adriano Sofri che la intervistò per Panorama moltissimi
anni fa, nessuno si è mai preoccupato di sentirle queste sue ragioni e capire
così, per esempio, come la bocciatura incriminata era stata fatta propria da un
intero consiglio di classe, almeno nella sua maggioranza, e che la decisione,
per diretta ammissione post quem degli stessi ragazzi interessati, era ineccepibile.
Insomma,
la professoressa Salvanti e i suoi colleghi del consiglio di classe, avevano
semplicemente rispettato e usato quelle regole e quella deontologia che le
leggi dello Stato imponevano loro e che il parroco di Barbiana, secondo una
consolidata tradizione cattolica, voleva venissero trasgredite perché la
scuola, secondo il coltissimo don Lorenzo, doveva andare incontro ai poveri
riconoscendosi, anche in maniera esclusiva, nella loro cultura. Vera Salvanti
pensava che avesse ragione Gramsci quando affermava che i poveri, invece,
dovevano appropriarsi della cultura delle classi egemoni se volevano fare il
primo decisivo passo per avvicinarsi al potere o per cambiare la loro
condizione di sfruttati e di ultimi.
Per
quanto riguarda ancora la sua attività di docente, c’è da dire che l’ha sempre
vissuta in una maniera del tutto opposta rispetto a come la intendeva don
Milani, e cioè che l’insegnante dovesse diventare una sorta di missionario
rinunciando – il parroco di Barbiana lo diceva con totale convinzione – anche a
sposarsi. V era Salvanti è stata la docente più tradizionale che abbia mai
incontrato, ma si era separata prestissimo dal marito in anni in cui separarsi
in Italia era quasi un atto eroico, non aveva figli e amava, come il vecchio
professore della canzone di Guccini, i gatti.È sempre stata sobria nel
raccontare questa sua esperienza, della quale avrebbe fatto volentieri a meno. Rimpiangeva
soltanto che don Milani non si fosse mai fatto vivo con lei né con la scuola ed
era convinta di essersi trovata nella vicenda quasi per caso, perché qualunque
altro docente non avrebbe potuto proporre, per i due studenti, altro che la
bocciatura. Mi disse che il parroco di Barbiana ai ricevimenti inviava
talvolta degli emissari per informarsi sui suoi ragazzi, mandati a
Firenze dal Mugello perché il mondo e la scuola riconoscessero la dignità dei
poveri, in un mondo in cui, però, i poveri non volevano più, essere poveri.malgrado
don Milani, (“Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel
giorno io ti tradirò”[1])
[1] Lettera di don Lorenzo Milani a un giovane comunista di San Donato