Brasile, il digiuno del vescovo ferma Lula
• da Corriere della
Sera del 13 dicembre 2007,
di Rocco Cotroneo
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Un vescovo smagrito nel saio francescano, un fiume da difendere e una lotta quasi impossibile. «Ma io vado avanti, affinché il presidente Lula e il Vaticano sappiano di che tempra sono fatti i Cappio, piemontesi veri».
Sorridono Gianfranco, Rita e Rosamaria e passano al
fratello un bicchiere con acqua, un pizzico di sale e due cucchiaini di
zucchero. È l’unico alimento che Don Luiz Flavio Cappio, 61 anni, figlio di
emigranti vercellesi, ingerisce da sedici giorni, qui in una cappella nel mezzo
del sertão, il deserto del Brasile.
È il più clamoroso sciopero della fame mai fatto da
un prelato e il segno dell’imbarazzo è il silenzio.
«Dal nunzio apostolico e da Roma nemmeno una
telefonata», dice. «Non sono d’accordo con me? È probabile, non lo sono nemmeno
i miei familiari. Eppure loro sono qui ad aiutarmi».
Sono anni che Don Luiz lotta contro un sogno
perseguito da molti governi del Brasile, sottrarre acqua al corso del fiume São
Francisco, un gigante da 3.000 chilometri, per irrigare una vasta regione
semiarida e povera.
È la terra dove è nato Lula, ed è proprio l’ex
emigrante che vuole lasciare al Brasile la grande opera per antonomasia, due
bracci che ricevono acqua dal fiume, e un sistema di canali per coprire un’area
dove vivono 12 milioni di abitanti.
Il progetto è stato approvato, finanziato e ha
avuto l’ok di impatto ambientale. Il governo sostiene che l’acqua tolta al
corso principale non supera l’1,4 per cento della portata e in cambio i
vantaggi saranno enormi. Per il benessere delle famiglie e l’economia locale.
Il vescovo è alla seconda protesta.
Due anni fa tornò a mangiare dopo undici giorni.
Preoccupato, Lula promise una pausa di riflessione sul progetto e l’inizio del
dialogo. «Una presa in giro —spiega —. Non abbiamo mai discusso nulla e il
governo è andato avanti.
Appena è arrivato l’esercito e hanno iniziato a
sbancare la terra ho deciso di ricominciare. E di andare avanti, fino alle
estreme conseguenze». Poi è il politico a parlare: «Il progetto è bello solo
nell’ottica degli imprenditori, dell’agrobusiness e della cosiddetta economia
globalizzata.
L’acqua servirà ad irrigare i grandi latifondi e dal
deserto sorgeranno frutta e vino. Alla gente non resterà nulla. Se volessero,
potrebbero tirar fuori l’acqua che già esiste, costruire un acquedotto. Lula è
una grande delusione, per me e tutti i movimenti sociali del Brasile che lo
hanno appoggiato».
Alla cappella di San Francesco, scelta come sede
della protesta vicino al lago artificiale di Sobradinho, si affollano tutto il
giorno volontari e militanti. Ci sono bandiere rosse e computer per informare
il mondo. Il vescovo alterna preghiere a conversazioni con la gente e
conferenze stampa, ma ogni due ore viene sottratto dai familiari. Deve
riposare. Sta abbastanza bene, ha perso solo quattro chili.
Niente staff medico, solo un amico che gli misura
la pressione. Dice che la conferenza episcopale brasiliana è con lui, e poco
importa per le alte gerarchie. Insistiamo sulla contraddizione: un religioso
non può suicidarsi, la Chiesa non può appoggiarlo. «La morte individuale è un
dettaglio, un moralismo.
In teologia il vescovo è il pastore che dà la vita
per il suo gregge, non è padrone della sua vita. Io non posso tradire la mia
missione, sono al fianco di una società marginalizzata da secoli, il Nordest
brasiliano è una valle di lacrime e dolore». Ma poi la ributta in politica. «La
mia lotta sta facendo risvegliare i movimenti sociali, addormentati da quando
Lula è al potere».
È una sfida, sì, la risposta a una delusione.
«Il presidente ha alzato le spalle quando gli hanno
detto che avevo ripreso il digiuno. Sta diventando una moda, ha detto. Non credo
Lula, non può diventare moda una cosa così dura, tremenda. Te lo assicuro con
il mio corpo». Martedì è arrivata una sentenza della giustizia dello stato di
Bahia, che sospende i lavori sul fiume.
«Non mi basta. Il governo federale può ribaltarla.
Io torno a mangiare solo quando si verificheranno due condizioni: il progetto
viene cancellato per sempre e l’esercito se ne va da qui». Il fratello
Gianfranco è ottimista, e tragico allo stesso tempo:
«Roma deve
saperlo: il Brasile non può festeggiare il Natale con il cadavere di un vescovo
cattolico morto per il suo popolo». Don Luiz parla italiano, ma ha paura di
infilarci troppe parole in dialetto piemontese e desiste subito.
Quando prese gli ordini, la prima cosa che volle
fare suo padre fu portarlo al paese di origine, Occhieppo Superiore, oggi
provincia di Biella, e fargli celebrare una messa.
Torniamo a parlare di Roma. C’è sempre l’obbedienza
ai superiori nelle regole ecclesiastiche, perché non tentano di farla smettere?
«A un vescovo si danno consigli, non ordini.
Possono chiedere, ma non l’hanno fatto.
E poi tra il Papa e un vescovo non ci sono
intermediari».
E se chiamasse proprio il Papa chiedendole di
smettere? Don Luiz si ferma un attimo. «Non succederà mai, non discutiamo
sui sogni».